Tra le attività di Piano9 a scuola non ci sono solo i laboratori con gli studenti, ma anche il lavoro con gli insegnanti. Nello specifico? Un corso di trenta ore pensato per fornire ai docenti le basi della creazione di prodotti audiovisivi da applicare alla propria attività didattica. Detta così sembra una definizione da bando ministeriale, e in effetti… viene da lì: dietro c'è un progetto formativo preciso, un budget, degli obiettivi da rendicontare. Nella pratica quotidiana, in aula, si è trattato di una cosa più semplice e interessante: portare un piccolo gruppo di insegnanti dentro il linguaggio del cinema dal punto di vista di chi lo fa e non di chi lo guarda.

Perché formare i docenti, e non solo gli studenti, all'audiovisivo
Nei nostri laboratori con le scuole (ad esempio quello che ha prodotto il cortometraggio Senza Uscita, realizzato all'Istituto Florio di Erice) c'è una cosa che osserviamo puntualmente: i ragazzi imparano in fretta, i loro insegnanti hanno bisogno di un naturale tempo di assestamento. Nel giro di poche settimane, infatti, gli alunni sanno cosa vuol dire un piano sequenza, riconoscono un jump cut, capiscono perché una musica arriva un secondo prima o un secondo dopo. E poi? Il rischio è tornare in classe e lasciare tutto ciò che hanno appreso chiuso dentro l'esperienza del laboratorio, mentre le ore di storia, di italiano, di scienze continuano a viaggiare su un'altra corsia. È uno spreco e, in parte, anche il motivo per cui certi progetti didattici audiovisivi restano episodi isolati invece di diventare metodo.
Perchè non provare a intervenire dall'altro lato? Dare ai docenti gli stessi strumenti che diamo agli studenti, ma con un'aggiunta: la consapevolezza che questi possano servire a raccontare la propria disciplina in un modo che i ragazzi trovino riconoscibile. Un professore di storia che sa costruire uno storytelling per immagini è un professore di storia che può prendere in prestito il linguaggio con cui i suoi studenti passano già molte ore al giorno.

Un laboratorio per docenti di 30 ore con poca teoria e molta pratica
Il corso che abbiamo costruito si basa su rapporto sbilanciato tra teoria e pratica, volutamente. Quattro o cinque ore di grammatica di base (inquadratura, movimento di macchina, ritmo del montaggio, ruolo del suono) e il resto del tempo con la macchina in mano, dentro le aule, nei corridoi, nel cortile della scuola. Questo perchè le regole del linguaggio audiovisivo si capiscono davvero solo quando le si applica: chi ha girato la sua prima inquadratura sovraesposta ricorda cosa vuol dire "sovraesposta" per il resto della vita; chi ne ha soltanto letto la definizione la dimentica dopo una settimana.
L'altra scelta di metodo è stata assegnare a ciascun docente un ruolo diverso, e cambiarlo continuamente. Chi aveva fatto la regia in una scena passava al montaggio nella successiva, chi aveva tenuto la camera si occupava del suono, chi aveva scritto la scaletta si spostava dietro il monitor a controllare la continuità. È faticoso, ma è l'unico modo perché ognuno capisca, dall'interno, cosa fanno gli altri reparti: facendo passare ognuno per ogni ruolo, in trenta ore, si costruisce una lingua condivisa che poi resta.

Il paradosso di Zenone: un esercizio finale
Per l'esercizio conclusivo abbiamo scelto un tema che sembrava impossibile e che invece si è rivelato perfetto: il tempo. Il gancio è arrivato dal paradosso di Zenone, quello di Achille e la tartaruga, per capirci: Achille, che pure corre più veloce, non riuscirà mai a raggiungere la tartaruga che lo precede, perché ogni volta che arriva nel punto in cui la tartaruga era, la tartaruga si è spostata di un piccolo tratto ancora.
Il piccolo esercito sperimentale ha costruito intorno a questo paradosso un breve prodotto audiovisivo che tenesse insieme le cose che avevamo studiato in aula: un'idea forte, un ritmo di montaggio coerente, un uso deciso del suono, un'immagine che ripetesse una struttura senza annoiare. Non era importante che il risultato fosse un capolavoro ma che, alla fine delle trenta ore, ognuno dei docenti fosse in grado di ricostruire il processo che aveva portato dall'idea iniziale al file esportato, e di poterlo rifare da solo, con i propri studenti, sulla propria disciplina.

Cosa succede quando i docenti imparano quello che agli studenti sanno già fare
C'è una cosa che abbiamo già visto succedere lavorando con gli alunni e che qui si è ripresentata identica, ma dall'altro lato della cattedra: nel momento in cui una persona si mette in gioco davanti agli altri, cambia qualcosa nella qualità dell'ascolto reciproco. I docenti che si sono lasciati riprendere mentre sbagliavano una battuta, che hanno accettato di essere corretti da un collega sul montaggio, che hanno riso di un errore proprio durante il playback, sono docenti che alla fine del corso avevano tra loro un rapporto diverso da quello del collegio docenti di un giovedì pomeriggio. Ed è probabilmente questo il vero risultato di un corso come questo: non il prodotto finale, ma la consapevolezza che imparare da adulti si può, e che si può farlo insieme.
È il motivo per cui, quando parliamo di storytelling in ambito scolastico, non parliamo mai davvero soltanto di video: parliamo del modo in cui docenti e studenti riescono a condividere un linguaggio. Il cinema, in questo, è un pretesto molto buono; perché è complicato quanto basta per obbligare a lavorare in squadra, e magico quanto basta perché venga voglia di provarci.

Trenta ore, come dicevamo all'inizio, sono poche e non rendono nessuno un montatore, un regista, un direttore della fotografia; fanno però una cosa che a scuola serve moltissimo: aprono una porta. Da qui in avanti sta ai docenti decidere cosa farsene di quello che hanno imparato: se produrre piccoli video per raccontare i propri corsi, se coinvolgere gli studenti in progetti congiunti, se semplicemente guardare i lavori dei ragazzi con un occhio più informato.
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DISCLAIMER
Piano9 è un'associazione di promozione sociale che opera nel settore della promozione audiovisiva, rivolgendo i propri servizi ai propri soci/tesserati. Le entrate, che consentono il sostentamento dell’associazione ed il corretto svolgimento delle proprie attività, sono costituite in buona parte dalle quote di tesseramento dei soci.




